Un ordine fermo nel tempo

L’avvocatura italiana resta intrappolata in un modello corporativo e autoreferenziale, che ricorda più un feudalesimo professionale che una moderna istituzione europea.
Nonostante i tentativi di riforma, l’Ordine rimane spesso distante dai bisogni reali degli avvocati e dai cambiamenti globali.

I limiti strutturali

• Troppi iscritti, poca selezione: l’accesso rimane ampio ma scarsamente qualificato, con conseguente svalutazione del ruolo.
• Mercato frammentato: migliaia di professionisti isolati, poco organizzati per competere con grandi studi internazionali.
• Ordini territoriali chiusi: più orientati a conservare equilibri interni che a sviluppare strategie di crescita collettiva.
• Resistenza all’innovazione: digitalizzazione lenta, formazione ancora legata a logiche formali più che sostanziali.

I punti deboli della riforma

Il recente disegno di legge, che ripristina il giuramento e introduce nuove regole deontologiche, ha un valore simbolico ma non risolve i nodi centrali:
• non seleziona meglio l’accesso,
• non affronta il tema della competitività,
• non riduce le disuguaglianze tra grandi studi e piccoli professionisti,
• non costruisce un percorso di reale internazionalizzazione.

La sfida europea

Se vogliamo un’avvocatura forte e rispettata, non basta rifugiarsi nei simboli. Servono scelte radicali:
• Internazionalizzazione reale: società professionali transnazionali, crediti formativi UE, scambi professionali.
• Selezione meritocratica: esami più rigorosi e percorsi pratici obbligatori, come in Francia e Germania.
• Tutela economica: compensi minimi vincolanti e riduzione del numero eccessivo di professionisti.
• Innovazione: formazione multidisciplinare (diritto, economia, tecnologia) e strumenti digitali avanzati.
• Ruolo sociale: avvocati come protagonisti nella difesa dei diritti e nella costruzione dello Stato di diritto europeo.

La posizione del S.U.E

Il ritorno al giuramento riafferma la dignità della professione, ma non basta.
L’avvocatura italiana ha bisogno di una riforma radicale che la porti fuori dalle logiche di feudo e la renda finalmente competitiva a livello europeo.


Il S.U.E. chiede:
• meno formalismi,
• più meritocrazia,
• più sostegno ai giovani,
• più apertura al futuro.


Solo così la professione potrà tornare ad essere non un titolo onorifico, ma un motore di giustizia, libertà e modernità.

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