Nel gennaio 2025, l’Italia ha arrestato a Torino Osama Njeem Almasri, accusato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) di torture e crimini contro l’umanità commessi nella prigione di Mitiga (Tripoli).
L’arresto è avvenuto in esecuzione di un mandato internazionale, ma nel giro di due giorni l’uomo è stato scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato.
La CPI ha contestato formalmente all’Italia la mancata cooperazione, richiedendo spiegazioni e valutando un possibile deferimento all’Assemblea degli Stati Parte o al Consiglio di Sicurezza ONU.
Parallelamente, il governo libico ha espresso pubblico apprezzamento per la gestione italiana, richiamando i “solidi rapporti bilaterali”.
Le zone d’ombra
La vicenda lascia aperte alcune domande che non possono essere eluse:
• Perché Almasri ha potuto viaggiare liberamente in Europa prima di arrivare in Italia, senza che il mandato fosse reso operativo?
• Perché il mandato è stato eseguito proprio in Italia, e non in altri Paesi europei dove il sospettato era già transitato?
• Perché il rimpatrio è stato così rapido, senza un vero dialogo con la CPI e senza attendere chiarimenti sulle procedure?
• Quale ruolo hanno giocato gli accordi migratori e strategici con la Libia nella scelta di dare priorità al rientro piuttosto che alla cooperazione internazionale?
Domande legittime, che alimentano il dubbio che l’Italia sia stata scelta come “scacchiera” per una partita politica più ampia, con l’effetto di lasciare nelle mani di Roma una vicenda esplosiva.
Le possibili regie
Non si può escludere che:
• il caso sia stato gestito con valutazioni politiche più che giuridiche, legate alla centralità dell’Italia nei rapporti con la Libia e nella gestione dei flussi migratori;
• il mandato della CPI sia stato attivato in quel preciso momento per spostare il peso diplomatico e costringere l’Italia a una scelta inevitabilmente controversa;
• la vicenda sia stata usata, anche indirettamente, per alimentare tensioni interne e discredito politico, più che per perseguire un obiettivo di giustizia sostanziale.
